sabato 1 ottobre 2011

Blood story (2011)

TRAMA
Owen ha 12 anni e vive con la madre in una piccola cittadina del New Mexico in cui nessuno sceglierebbe di andare a vivere. Torturato da tre bulli compagni di classe, provato dal divorzio in corso dei genitori, trova per la prima volta un’amica nella nuova vicina di casa, una ragazzina strana, che non sente il freddo e non mangia le caramelle. Tra i due giovani la relazione si stringe, anche e soprattutto dopo che Owen scopre il segreto di Abby, il suo bisogno di bere sangue per vivere.
Il remake made in USA del meraviglioso film di Tomas Alfredson faceva molta paura nelle intenzioni ma, seppur forse più sanguinolento, rassicura anche gli animi più ansiosi. Il romanzo di John Ajvide Lindqvis torna dunque sullo schermo grazie al regista di Cloverfiled, Matt Reeves, senza che il ricordo del primo film venga alterato. Siamo qui in presenza di un doppio, che della tragica inquietudine dell’originale ritrova tanto il senso quanto il sentimento, ma che avvicina questa storia nera ambientata nella neve bianca al pubblico americano, offrendogli maggiori appigli. La ricontestualizzazione negli Stati Uniti dell’era Reagan -una presidenza nata dal malessere (specie economico) avvertito dal paese e tutta improntata alla difesa dalla minaccia esterna- ma anche la collocazione calzante tra il genere del teen movie scolastico e l’horror più esplicito, fanno di Let me in un’opera meno aliena e lontana di Let the right one in per la platea a stelle e strisce. Fermo restando il primato del film Alfredson, tanto in senso anagrafico quanto emozionale. Il senso di isolamento e di inguaribile solitudine che nel film svedese abbracciava non solo i protagonisti ma la comunità tutta, il condominio, il circondario, le foreste, qui si stringe attorno a Owen, alla sua famiglia disintegrata e alla sua esclusione sociale, disegnando un percorso meno esistenziale e più individuale, anch’esso più in linea con i modi della narrazione cinematografica americana. Ciò che viene smussato, inoltre, è la sottile indeterminazione sessuale, per cui l’Oskar del film svedese aveva una bellezza diafana quasi femminile mentre Eli era più scura, forte, selvatica. La scelta di Kodi Smit-McPhee e Chloe Moretz ristabilisce frontiere di genere più marcate, dando maggior peso all’apparenza di angelo condannato del personaggio femminile
Reeves ha per la seconda volta l’opportunità di lavorare su una situazione di non ritorno e di mitigare il tragico con l’azione ma soprattutto, in questo caso, con sentimenti ben più profondi. Ciò nonostante, resta chiaro che non è certamente un’esigenza artistica ad aver portato alla realizzazione di questo remake quanto piuttosto una scelta produttiva e di mercato. È un ottimo remake, ma arriva giustamente secondo.

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