lunedì 4 febbraio 2013

The last stand (2013)

TRAMA
Lo sceriffo Ray Owens, un tempo nella polizia di Los Angeles, conduce ora una vita tranquilla nella cittadina di Sommerton, al confine tra l'Arizona e il Messico. Quando, però, il pericoloso narcotraficcante Gabriel Cortez sfugge all'FBI nel corso di un trasferimento e punta dritto verso il confine e l'impunità, Owens torna a mettersi di traverso. Mentre i federali perdono colpi su colpi, lo sceriffo e il suo gruppetto di amici si prepara ad arrestare la folle corsa di Cortez, ricorrendo letteralmente a qualsiasi mezzo. Come spesso avviene, la riuscita del quadro d'insieme si deve all'efficacia dei dettagli. La coincidenza che vede Scharzenegger arrugginito proprio come uno sceriffo di campagna, dopo una lunga pausa dall'azione, introduce magnificamente l'argomento all'ordine del giorno: la volata nel passato, l'appuntamento con un film di venticinque anni fa, modificato e potenziato ad hoc, esattamente come la Corvette del latitante Cortez, ma intatto nello spirito. Il regista de Il buono, il matto, il cattivo prepara con cura lo showdown finale, inscatolando il film dentro la cornice ultraleggera di una gag (la macchina da corsa parcheggiata in divieto di sosta) e lasciando ampio spazio, nella prima parte, ad altri attori e altri ambienti, notturni, ipertecnologici e metropolitani, ma solo per ridicolizzarli al meglio, alla luce del sole, in un campo di grano, nell'ultimo miglio di pellicola. In epoca d'infuocato dibattito sul possesso delle armi, Scharzenegger arriva al suo solito senza scrupoli, misura né timor del ridicolo e interpreta uno scanzonato elogio dell'arsenale fai da te. Commando, cioè, non è mai morto, solo che non lotta più per il sangue del suo sangue, ma per la propria comunità, da bravo sceriffo-governatore, e sa come divertirsi nel frattempo. Il villain Noriega, dal canto suo, non arriva con il treno di mezzogiorno né con le armi nucleari, bensì con un completo scuro elegante, pensando di poter comprare con il denaro qualsiasi cosa e chiunque, ma evidentemente sbagliando i calcoli: questa non è la realtà, è il cinema d'intrattenimento. Più che alle facce indovinate (Johnny Knoxville, Luis Guzmàn, Peter Stormare), la forza del film è però da imputare alla sceneggiatura, fedele al genere, divertita, senza fronzoli né nostalgie, e soprattutto abile nel giocare con pesi e (dis)misure. Il preludio dell'inferno? Un vecchio fattore che non recapita il latte.

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